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Sui pericoli della Brexit si è già detto molto e ancora si stanno valutando le conseguenze che potranno esserci dopo la decisione della Gran Bretagna di uscire dell'Europa.

A seguito del voto sul referendum promosso dal Regno Unito, che ha visto prevalere la volontà di lasciare l'UE, numerose sono le implicazioni di carattere fiscale connesse a tale uscita. Sebbene, ai sensi dell'art. 50 del Trattato di Lisbona, gli effetti di tale decisione non saranno immediati (presumibilmente gli stessi si concretizzeranno tra almeno un paio di anni) in un'ottica di pianificazione fiscale non possono non considerarsi le possibili e probabili conseguenze che sotto il profilo fiscale possono derivare dalla suddetta scelta.

Trascurando quelle che sono le conseguenze che si potrebbero verificare sotto il versante della fiscalità indiretta, che sicuramente saranno di più ampia portata (si pensi ai profili IVA e al ripristino dei dazi doganali), per quel che concerne la fiscalità diretta i principali impatti si dovrebbero verificare per quel che concerne l'applicazione delle Direttiva madre-figlia relativa all'erogazione di dividendi.

Secondo quanto previsto dall'art. 27-bis del D.P.R. n. 600/1973, che ha recepito nell'ambito dell'ordinamento tributario nazionale la direttiva n. 90/435/CEE, per gli utili distribuiti da una società residente in uno Stato della UE, che possiede determinati requisiti, il legislatore ha previsto una speciale disciplina di favore che consente la non applicazione (o il rimborso) della ritenuta. A seguito dell'uscita del Regno Unito dall'UE, tale regime di favore non potrebbe può trovare applicazione, dal momento che non sarebbe più soddisfatti i requisiti soggettivi richiesti dalla norma, quali la residenza nel territorio europeo da parte della società che distribuisce i dividendi. Di conseguenza, la distribuzione dei dividendi dovrebbe soggiacere alla regole convenzionali, in caso di redazione di accordi contro le doppie imposizioni stipulati tra il Regno Unito e lo Stato nel quale risiede la società che eroga i dividendi.

Da considerare, inoltre, che a seguito dell'uscita del Regno Unito dall'UE, non dovrebbe più trovare applicazione - nell'ambito dei rapporti con l'Italia - neanche il dettato del comma 3-ter dell'art. 27, D.P.R. n. 600/1973, il quale prevede che, nel caso di corresponsione di utili da parte di una società italiana alle società e agli enti soggetti ad un'imposta sul reddito delle società negli Stati membri UE o negli Stati aderenti all'Accordo per lo spazio economico europeo, si applica una ritenuta a titolo d'imposta nella misura dell'1,375%.

Pertanto, al ricorrere di tale ipotesi, dovrebbe trovare applicazione l'art. 10 della Convenzione contro le doppie imposizioni stipulata tra Italia e Regno Unito, che dispone che i dividendi pagati da una società residente di uno Stato contraente ad un residente dell'altro Stato contraente sono imponibili in detto altro Stato.

Tuttavia, tali dividendi possono essere tassati anche nello Stato contraente di cui la società che paga i dividendi è residente e in conformità alla legislazione di detto Stato, ma se la persona che percepisce i dividendi è il beneficiario effettivo, l'imposta applicata non può eccedere il 5% dell'ammontare lordo dei dividendi se il beneficiario effettivo è una società che controlla, direttamente o indirettamente, almeno il 10% del potere di voto della società che paga i dividendi; oppure il 15% dell'ammontare loro dei dividendi in tutti gli altri casi.

Ma oltre agli effetti negativi c'è anche il risvolto della medaglia da tenere in considerazione: la Brexit può avere anche scenari diversi e opportunità da cogliere. La necessità (più che mai impellente) di internazionalizzazione delle imprese, la nuova era della trasparenza, le difficoltà dei mercati finanziari e le carenze di strumenti tradizionali nel rispondere alle esigenze di tutela del patrimonio, sono alcuni dei temi che, nella sostanza, non sono stati realmente influenzati dal risultato del voto del 23 giugno scorso. Ed è proprio a partire da questa consapevolezza che Jordans Trust Company Limited ha inaugurato ad inizio ottobre i suoi nuovi uffici milanesi. Un segnale forte e convinto che, a prescindere da ogni possibile conseguenza della Brexit, rappresenta una concreta risposta all'incertezza di questi tempi e rafforza il fondamentale rapporto che lega il cliente ai suoi professionisti.

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 Giacomo Previtali


Giacomo Previtali

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